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Si trova una citazione del gioco del go nell''opera più famosa del monaco Zen Eihei Dōgen, lo Shōbōgenzō: nel capitolo 66, intitolato Shunjū (Primavera e autunno), Dōgen commenta l''utilizzo del concetto di “partita di go” da parte di Hongzhi, un maestro Ch''an che l''ha usato secoli prima
come metafora per chiarire il significato di un koan.

Dōgen fu un monaco Mahāyāna del tredicesimo secolo della nostra era. Insoddisfatto dell''insegnamento tradizionale, si recò in Cina per cercare il vero significato del buddhismo e, una volta tornato in Giappone, fondò la scuola Ts''ao''tung Ch''an, meglio conosciuta come Zen Sōtō.
La scuola Sōtō si prefigge di approfondire soprattutto la pratica fondamentale della meditazione senza oggetto (zazen) quale tecnica per raggiungere l''illuminazione.

Se per il buddhismo l''illuminazione è il traguardo da concretizzare attraverso una prolungata attività meditativa, secondo lo Zen, invece, l''illuminazione è già insita in ognuno, anche senza preparazione: che si pratichi zazen o no, si ha già la natura di Buddha. Si tratta, insomma, di manifestare questa natura di Buddha tramite l''esercizio costante.

In cosa consiste precisamente l''illuminazione nello Zen? Una possibile risposta potrebbe essere: consiste nel superare la dualità. La dualità è la divisione concettuale del mondo in categorie: “questo sono io e quello è un pesce”. Si può superare questa attitudine umana così ovvia? Il compito, già arduo, è complicato dal fatto che è indispensabile capire che non si tratta di annientare la dualità, perché così facendo si ricadrebbe nuovamente negli opposti contrapposti duale-nonduale, ma di superarla.

Al cuore della dualità, per lo Zen, c''è l''uso delle parole: ogni parola è intrinsecamente dualista, dato che ogni parola rappresenta una categoria di oggetti o di fenomeni. I maestri Zen hanno spesso cercato di insegnare a superare la dualità con l''utilizzo di paradossi condensati (“Qual è il suono di
una sola mano che applaude?”) volti a infrangere quella barriera tipicamente dualista rappresentata dell''uso delle parole, che genera il pensiero analitico e discorsivo.


Nello Shunjū, Dōgen affronta la tematica del superamento della dualità – in questo caso sulla natura della discussione – riportando un dialogo tra il maestro Dongshan e un suo allievo e poi spiegandone il significato, mettendo in dubbio i commentari dei maestri che l''hanno preceduto.
Il dialogo è il seguente:

Un monaco chiese al maestro Dongshan: ''Quando arrivano il freddo e il caldo, come possiamo fare a sfuggirli?'' Rispose il maestro: ''Perché non vai in qualche posto dove non fa né freddo né caldo?''

''E dov''è questo posto, dove non fa né freddo né caldo?'', chiese il monaco. Disse Dongshan:

''Quando fa freddo, il freddo uccide il monaco; quando fa caldo, il caldo uccide il monaco''.


Per chiarire il senso del dialogo, più avanti nel capitolo, Dōgen analizza e confuta vari commentari.


Nello specifico, cita il maestro Ch''an cinese Hongzhi, secondo il quale se cercassimo di discutere di questo episodio, voi e io saremmo come una coppia di giocatori di go. Quando voi non rispondete alla mia mossa [Quando voi vi opponete a me], io cerco di sconfiggervi manovrando [in avanti o all''indietro sul goban]. Se capite tutto ciò in questa maniera, riuscirete a comprendere il vero senso delle parole di Dongshan.


Ma per Dōgen questo commento di Hongzhi è sbagliato: è sbagliato infatti interpretare il dialogo tra Dongshan e il monaco come una partita a go, in cui un giocatore fa una mossa e l''altro risponde per batterlo, in quanto, così facendo, si rimarrebbe ancora nella dualità del dialogo tra Dongshan e il
discepolo e, per estensione, nella dualità della relazione tra maestro e allievo o tra giocatore e giocatore.


Spiega infatti Dōgen:


Supponiamo vi sia questa partita a go. Chi sono i due che giocano? (...) Se parlate di questo concetto [due persone che giocano una opposta all''altra], vi invischiate ancora nella dualità. E se vi invischiate nella dualità, evidentemente, non ci può essere alcuna partita a go.


Dōgen critica quelle interpretazioni secondo le quali il dialogo fra Dongshan e il suo allievo è un tentativo di superarsi a vicenda sul piano verbale, come si trattasse di sconfiggersi in una partita a go. Tra parentesi, secondo la traduzione di Tanahashi, Dōgen – nei puntini dell''ultima citazione letterale – accennerebbe anche alla consuetudine dell''handicap nel go (partita di insegnamento) come spiegazione della dualità tra maestro e allievo o, se vogliamo, tra le loro rispettive forze:


Una partita a go con otto pietre di handicap1 non si può chiamare vera partita.


Ma chi sono, allora, i due che giocano o, per tornare al cuore del problema, che discutono? Risponde Dōgen:


Pertanto, non si dovrebbe piuttosto dire che c''è una sola persona che gioca a go [per se stessa] e che questa con il proprio stesso avversario è Uno?


Sull''affermazione di Hongzhi, “quando voi non rispondete alla mia mossa [Quando voi vi opponete a me]” il senso è che voi siete già voi, qui e ora; voi non siete me, qui non c''è alcun ''me''.


Cioè, dice Dōgen, bisogna trascendere la dualità e capire il significato di compenetrazione di tutti i fenomeni, l''Uno: il giocatore che gioca col nero non si contrappone a quello che gioca col bianco, ma i due si equilibrano e sono interdipendenti l''uno con l''altro, perché se non vi è il bianco non vi è
alcun nero e se non vi è il nero non vi è alcun bianco. Ecco il senso di quel “voi” che supera la dualità.


I giocatori di go possono sperimentare l''illuminazione Zen usando il gioco come uno strumento per superare la dualità, quindi per realizzare il Risveglio e comprendere che il proprio “io” va lasciato cadere perché non è separabile da quello dell''avversario.

Bel gioco, quello del go!



Fabrizio Soppelsa

 

Rif: tutto lo Shobogenzo: http://www.numatacenter.com/default.aspx?MPID=81

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